martedì 23 novembre 2010
Evoluzione del concetto di felicità e di Qualità della Vita
La questione della “felicità” accompagna l’Umanità da molto tempo, rivestendo nell’accezione comune una dimensione squisitamente personale e spirituale, e d’altra parte è noto che abbia trovato spazio in quasi tutte le formulazioni filosofiche (Donati, 1984). Più recentemente, in ambito prettamente psicologico, è stata spesso inglobata nel più ampio concetto di Qualità della Vita (Goldwurm, 1995), oggetto di molti dibattiti in Italia tanto a livello scientifico quanto di politica sanitaria, soprattutto per ciò che concerne la definizione degli indicatori che la compongono (Ricci, 2002). Gli studi sulla felicità si sono concentrati in massima parte sui fattori soggettivi (wellbeing) su cui essa poggerebbe. Detti fattori possono essere individuati nella soddisfazione per la propria esistenza, sia in generale, sia nelle singole aree vitali (famiglia, lavoro, sport, amicizia, pensionamento, salute, vita socioculturale, etc.), in contrapposizione ai fattori oggettivi (welfare, come quelli economici, abitativi, e ambientali) che interessano perlopiù altre discipline. Benché la maggioranza degli autori sembri concorde nel ritenere questi due ordini di fattori strettamente interconnessi, io vorrei sottolineare attraverso il presente lavoro l’importanza del riscatto della propria dimensione soggettiva a dispetto di tanti comportamenti di autoprotezione della salute che sono spesso palliativi etero-imposti, e contro una concezione del welfare come causa necessaria ma anche sufficiente di benessere. La soddisfazione cui accennavo poc’anzi, per essere etichettata a pieno titolo come “felicità” dovrebbe essere uno stato psichico a lungo termine, nettamente distinto da emozioni e umori positivi momentanei. Si potrebbe quindi definirla come un sentimento, separato da un giudizio di valore sul proprio stato, sulle proprie condizioni, quest’ultimo riferibile piuttosto alla sfera cognitiva (Lewinsohn et al., 1991). Secondo Argyle (1987), uno dei maggiori studiosi di questa emozione, la felicità è rappresentata da un senso generale di benessere complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l'autorealizzazione e la salute. La felicità è anche legata al numero e all'intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta e, in ultimo, come evento o processo emotivo improvviso e piuttosto intenso è meglio designata come gioia. In questo caso è definibile come l'emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all'esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione (D'Urso e Trentin, 1992).Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la Qualità della Vita (d’ora in poi Q.d.V.) è la “percezione che ciascuna persona ha della propria posizione nella vita, nel contesto della cultura o del sistema dei valori in cui è inserito, in relazione ai propri obiettivi, aspettative, priorità, preoccupazioni”, e, fatto di importanza cruciale, fin dal 1948 questo stesso organismo (all’atto della sua fondazione) si pronunciava sulla Q.d.V., a proposito delle problematiche inerenti la salute, dichiarando che essa dovesse essere qualcosa di diverso dall'assenza di malattia, bensì uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Emerge la visione del comportamento umano come olistico ed inclusivo della salute fisica, sociale e psicologica (De La Cancela et al., 1998). Ma soprattutto se ne evince che, come la salute non può essere definita unicamente in termini di assenza di sintomi, così il benessere non può essere definito solo dalla mancanza di malessere. Già nel 1984 Bertini sottolineava che era giunta per la psicologia l’ora di abbandonare il vecchio modello medico, al quale si è ancorata in fase di nascita, al cui centro stava ciò che è patologico, malato. D'altronde proprio attraverso la medicina moderna sta diventando sempre più evidente come gli stimoli psicosociali e l'interpretazione che di essi dà il cervello possano modulare il funzionamento immunitario (Schwartz, 1984).Essa orienta sempre più i suoi sforzi verso un'azione che non sia soltanto curativa, ma anche preventiva delle malattie grazie anche alla disponibilità di sempre più adeguate tecniche diagnostiche e di strumenti di prevenzione e di cura ed appare via via più pressante abbandonare l’ormai antiquata dicotomia psiche/soma. Oggi si può forse finalmente attuare una ricerca diretta sulla “felicità” e non solo le tradizionali ricerche sulla psicopatologia o su quell’infelicità da evitare, che si era quasi sempre teorizzata come condizione sufficiente per poter essere felici (Spaltro, 1995).
ABSTRACT
Questo lavoro prende in esame la tecnica dei koan, quesiti paradossali impiegati tradizionalmente in Giappone nell’ambito della disciplina Zen al fine di favorire la piena espressione delle potenzialità psicologiche in soggetti non patologici. Nel contesto di cui sopra il koan viene assegnato da un maestro ad un allievo nel corso di un incontro formale e la sua soluzione, una sorta di insight, comporta lunghi periodi di intensa concentrazione. Nell’Occidente contemporaneo non mancano esempi di integrazione di questa tecnica nella pratica clinica di alcuni psicoterapeuti, come dimostra il crescente interesse della letteratura di settore, che pure è ancora abbastanza scarna. Il parallelismo tra maestro-allievo e psicoterapeuta-paziente solleva però una costellazione di problematiche di matrice trans-culturale che ho tentato di affrontare rintracciando il quadro di riferimento, anche storico, da cui scaturiscono mentalità orientale ed occidentale. Il fatto stesso che la psicologia europea ed americana utilizzi i koan in ambiente esclusivamente terapeutico, a mio avviso, tradisce almeno in parte, o comunque non esaurisce, le possibilità di crescita psicologica offerte da questo strumento. Pertanto ne ho proposto l’utilizzo e lo studio anche da parte di quelle branche della nostra disciplina che si occupano della promozione della Qualità della Vita, puntando il dito sull’ importanza dei fattori soggettivi che cooperano alla sua realizzazione. Con questo intento ho cercato di selezionare il materiale bibliografico che presentava maggiore attenzione alle cause che sembrano rendere possibile il funzionamento dei koan e, in accordo con un numero relativamente ristretto di autori tra quelli che si sono pronunciati specificamente sulla questione, ho appoggiato quella posizione che ne valuta l’efficacia in relazione al superamento di determinati condizionamenti mentali. Questi, che sembrerebbero coinvolgere pur con minore pervasività anche individui che non rientrano in nessuna categoria patologica tradizionale, sono costituiti da tutti quei filtri che si frappongono tra il soggetto ed una più diretta esperienza di realtà. A rendere questi filtri tali sarebbe la mancanza paziale o totale di una loro dereificazione piuttosto che un’intrinseco potere di mediare il rapporto tra conoscitore e conosciuto. Tra quelli che ho considerato figurano il linguaggio, i costrutti personali, i condizionamenti socio-culturali e l’autocoscienza, o, meglio, le rispettive oggettivazioni di tutti questi elementi. Provocando una temporanea interruzione di siffatti consolidati schematismi, il lavoro sugli enigmatici koan pare favorire anche a lungo termine un’ accentuata plasticità cognitiva e quindi un maggior sviluppo della personalità e delle risorse dei soggetti. Quella sorta di cortocircuito che interverrebbe nelle consuete forme di pensiero sarebbe assicurato da un uso altamente creativo e originale delle espressioni verbali, accostabile principalmente alla funzione conativa, se si considera il modello del formalista russo Jakobson, oppure agli atti perlocutivi e agli atti locutivi indiretti di J. L. Austin. In entrambi i casi il linguaggio viene impiegato a fini non informativi, disobbedendo deliberatamente al principio di cooperazione tra i parlanti di Grice e sfruttando spesso l’assenza di implicature conversazionali. Da un punto di vista logico-formale invece, nei koan sono stati individuati da Cheng quattro tipi di paradosso, a seconda che essi contengano una pseudo-contraddizione, una falsa inferenza, termini polisemici o contrasto tra il piano del discorso e le intenzioni di sfondo dell’interrogante. Infine Kubose e Umemoto hanno istituito un parallelismo tra koan e il problem solving creativo. Entrambi implicherebbero infatti l’estinzione preliminare di approcci interferenti, effetti di saturazione, unificazione di eventi contraddittori e maggiore attività metabolica dell’ emisfero destro. Inoltre sarebbero parimenti soggetti ad un’ evoluzione temporale scandita da stadi di preparazione, meditazione, insight e valutazione.
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